2 Marzo 2023
 
 
.::Alcarràs - L'ultimo raccolto::.
 
 

Titolo originale: id
Regia: Carla Simón
Interpreti: Jordi Pujol Dolcet (Qumet), Anna Otin (Dolors), Xènia Roset (Mariona), Albert Bosch (Roger), Ainet Jounou (Iris)
Genere: Drammatico
Origine
: Spagna - Anno: 2021
Soggetto
: Carla Simón, Arnau Vilarò
Sceneggiatura
: Carla Simón, Arnau Vilarò
Fotografia
: Daniela Cajías
Musica
: Andrea Koch
Montaggio
: Ana Pfaff
Durata
: 120'
Produzione
: Maria Zamora, Stefan Schmitz, Tono Folguera, Sergi Moreno, Elastica Films, Avalon Productora Cinematografica, Vilaut Film, Giovanni Pompili per Kino Produzioni
Distribuzione
: I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection (2022)

 

La regista Carla Simón, parlando del suo film "Alcarràs", lo ha definito 'la cronaca di una morte annunciata'. È difficile darle torto perché è proprio quello che avviene nel suo film che, come tale, è un'opera di finzione e però basato sui ricordi personali dell'autrice e sulle notizie della cronaca. Alcarràs è una cittadina della Catalogna, la famiglia Solé da generazioni coltiva e raccoglie le pesche. Ora però il proprietario dei terreni su cui sorgono le piante da frutto, vuole estirparle per realizzare un impianto di pannelli solari. I Solé coltivano una terra che non è la loro ma che era stata data in uso al nonno, dal proprietario, Pinyol, per sdebitarsi dell'aiuto che i Solé gli avevano dato durante la guerra civile del 1936: allora era bastata una stretta di mano ma oggi, il giovane erede di Pinyol, non esistendo, appunto, un contratto, può riprendersi i terreni dall'oggi al domani. In realtà offre ai Solé un'opportunità, quella di occuparsi della gestione del'impianto: 'lavorereste di meno e guadagnereste di più' butta lì, 'noi siamo contadini non tecnici', gli risponde a muso duro Quimet il capofamiglia che ha ereditato il lavoro dal nonno Rogelio che continua a vigilare sul clan familiare e sui suoi amati frutteti. E quello toccato da Quimet è uno dei punti cruciali del film: essere contadini, esserlo orgogliosamente anche se è un mestiere che sta scomparendo. I terreni, come si vede, vengono utilizzati per altri scopi, la grande distribuzione e i grandi gruppi li strangolano con una politica folle dei prezzi. Hai voglia a manifestare con i cortei di trattori come si vede ad un certo punto, a manifestare il proprio disagio, a lottare per un'equa politica dei prezzi: il futuro, purtroppo, sembra essere quello. Sì, per i Solé quella sarà l'ultima estate di raccolto. E allora conviene impegnarsi al massimo comunque, andare avanti anche se ormai le ruspe sono lì, ad assediare i terreni. La macchina da presa della giovane regista (classe 1986), filma questa grande famiglia (gli attori sono tutti non professionisti ma abitanti di quelle zone scelti tra settemila profili), durante quella, che sarà, appunto, la loro ultima estate come coltivatori. Li filma quasi come se la stessa macchina da presa fosse uno dei personaggi, non li scruta da fuori, ma li 'abita', vive con loro, empatizza con i loro caratteri che, giocoforza, si scontrano l'uno con l'altro. Racconta le tensioni, gli scontri ma anche i momenti di gioia, di gioco, le feste e le tavolate all'aperto in un racconto molto mosso, vivo, vitale, teso, certo, ma anche a suo modo attraversato da momenti di serenità. A fare da collante al tutto la banda di 'simpatiche canaglie' dei bambini, i fratelli, i gemelli, i cuginetti che si inventano ogni giorno un gioco nuovo, scoprono il paesaggio, scorrazzano nella natura aspra e selvaggia del posto e, la sera, magari mettono in scena una piccola recita. Anche per loro, forse, sarà l'ultima estate prima di perdere l'innocenza: quella stessa innocenza che la natura ha già perso, violentata dal 'progresso'. Un film corale, un affresco, una polifonia di voci che Carla Simón orchestra e dirige con grande mestiere, alternando i punti di visti dei protagonisti, mettendo un accento particolare su quelli femminili, donne, mamme, nonne, bambine, che tengono vivo il tessuto relazionale della famiglia nel momento in cui, come ha spiegato la regista 'la famiglia è sul punto perdere la propria identità collettiva'. Un mondo quello dei Solé (e di tanti come loro) che è, per dirla con Nuto Revelli, 'il mondo dei vinti'. Ma forse sono dei 'perdenti di successo' perché alla fine, la terra è di chi la lavora, o no?
L'Eco di Bergamo - Andrea Frambrosi - 31/05/2022

Il teatro dell'azione, che dà titolo al film co-prodotto dall'Italia con Giovanni Pompili per Kino Produzioni, è Alcarràs, una località rurale della Catalogna, dove la famiglia dei protagonisti è da generazioni dedita alla coltivazione delle pesche. Mentre nei frutteti, sotto il sole bruciante dell'estate, si consumano i rituali del raccolto, all'orizzonte si profilano segnali preoccupanti per il futuro. Da un lato, l'anziano patriarca non riesce a produrre documenti scritti che comprovino accordi verbali in essere da decenni tra la sua famiglia e quella dei proprietari terrieri che hanno loro affittato i terreni che coltivano. Dall'altro, Qumet, figlio del patriarca e attuale guida della famiglia, non si rassegna all'idea che la coltivazione delle pesche a cui ha dedicato la vita sia rimpiazzata da complessi di pannelli solari, come vorrebbe l'erede della famiglia dei proprietari. In questo contesto di latente e inesplosa tensione, la generazione più giovane della famiglia vive una stagione di maturazione: il maggior Roger aiuta il padre nel lavoro, cercando la sua approvazione e incontrando invece continui rimproveri, la quasi adolescente Mariona osserva e ascolta quanto la circonda con apparente impassibilità, mentre si prepara ad uno spettacolo di ballo per la festa di paese, mentre la piccola Iris vede i propri giochi infantili con i cugini gemelli Pau e Pere bruscamente interrotti dalle crescenti ostilità tra i familiari adulti.
Carla Simón sceglie di non privilegiare un singolo punto di vista sulla vicenda. Affida invece equamente le redini del racconto ai suoi personaggi, con una predilezione per ragazzi e bambini. Ne discende un andamento trattenuto, che evita svarioni drammatici, mantenendo una cristallina trasparenza della progressione drammaturgica. Per alcuni, questa delicatezza potrà sembrare mancanza di polso. Ma il naturalismo e la semplicità con cui Carla Simón rende partecipi di una realtà a cui è prossima (lei e la sua famiglia sono originari di quelle terre) porta lo spettatore ad amalgamarsi progressivamente con gli spazi e il lavoro che illustra. E quietamente, porta a condividere appieno il silenzio e gli sguardi che soggiacciono al dramma trattenuto che si consuma nel finale.
Rivista del Cinematografo - Paolo Bertolin - 17/02/2022