30 Gennaio 2020
 
 
.::Cold War::.
 
 

Titolo originale: Zimma wojna
Regia e soggetto: Pawel Pawlikowski
Sceneggiatura: Pawel Pawlikowski, Janusz Glovacki, Piotr Barkowski
Fotografia: Lukasz Zal
Montaggio: Jaroslaw Kaminski
Musica: Marcin Masecki
Scenografia: Marcel Slawinski, Katarzina Sobanska-Strzalkowska, Benoit Barouh. Costumi: Ola Staszto.
Interpreti: Joanna Kulig (Zuzana "Zula" Lichon), Tomasz Kot (Wiktor Warski), Borys Szyc (Lech Kaczmarek), Agata Kulesza (Irena Bielecka), Cédric Kahn (Michel), Jeanne Balibar (Juliete)
Produzione: Ewa Puszczynska, Tanya Seghatcian, Malgorzata Bela ecc
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 89'
Origine: Polonia/Fra/GB, 2018

 

 Qualcuno ricorderà nella stagione 2014-15, "Ida" uno splendido film in bianco e nero nel formato quadrato (non quello tradizionale a cui siamo abituati) che raccontava, nella Polonia degli anni '60, di una diciottenne e della sua vocazione al convento. Cinque anni dopo ripresentiamo lo stesso regista, Pawel Pawlicowski, con un film girato nella stessa rigorosa modalità, già colmo di premi e candidato all'Oscar 2019 per la Polonia, "Cold War", che parte anch'esso dalla Polonia. Zula e Wictor si conoscono nella Polonia del dopoguerra ridotta in macerie. Provenendo da ambienti diversi e avendo temperamenti opposti, il loro rapporto è complicato, eppure sono fatalmente destinati ad appartenersi. Negli anni '50, durante la Guerra Fredda, in Polonia, a Berlino, in Yugoslavia e a Parigi, la coppia si separa più volte e più volte si reincontra per ragioni politiche, per difetti caratteriali o solo per sfortunate coincidenze: una storia d'amore impossibile in un'epoca difficile. A riassumerlo il magnifico "Cold War" sembra una versione esteurpea di "A star is Born" (ricordate Lady Gaga e Bradley Cooper che concludevano la nostra passata rassegna): musicista scopre giovane dalla voce sublime, ne è sedotto, la seduce, cerca di farne una stella…Solo che non siamo negli Usa ma in Polonia, nel 1949. La guerra è finita da poco, le campagne sono battute da esperti a caccia di musica popolare come accadeva anche da noi e in America. Il problema è che in patria fare carriera significa camuffarsi da contadina e cantare per il regime. La felicità è altrove. Questo almeno pensa Wictor che al primo concerto a Berlino organizza la fuga. Solo che Zula non lo segue. La ragazza, che forse ha ucciso il padre incestuoso, sta bene dov'è, usata e coccolata. Così dagli anni '50 al 1964 sarà tutto un inseguirsi nei luoghi già citati fra locali jazz e star system socialista, tentazioni e umiliazioni (fare l'esule a Parigi non e poi così semplice). Tutto senza lungaggini o sentimentalismi ma con un taglio secco molto personale, e immagini sempre dense e sorprendenti, a volte incantevoli, soprattutto nel blocco orientale. L'amore impossibile di Wictor e Zula si perde nello sforzo titanico di attraversare confini sempre più asfittici e tracciati nella logica di ideologie incompatibili, dalla Germania alla Francia alla Jugoslavia, ricomponendosi soltanto in momenti cristallizzati, fuori dalla storia, in stanzette languidamente adibite a nidi d'amore per un rapporto maledetto dalla provvisorietà. La stessa provvisorietà, personale e pubblica, di un continente che sembra essersi perso in divisioni antiche, che paga l'essersi piegato a un dopoguerra che è esistenziale prima ancora che politico. La "Guerra Fredda" del titolo è quella che divide l'Europa ma, come per un effetto domino, ammala anche i suoi protagonisti, divisi da una cortina meno palpabile di quella di ferro che frattura il continente ma altrettanto invalicabile e cupa. Pawlikowaki dedica il film ai suoi genitori, il cui contrastato rapporto riflette quello dei suoi protagonisti, ma mette piuttosto in scena una sequenza di tradimenti ipotetici, di sospetti, di variazioni, di riscritture delle vicende pubbliche e private all'ombra di un'Europa in perenne e fluida mutazione in quello sventurato scorcio di '900.