9 Marzo 2023
 
 
.::Gli Orsi non Esistono::.
 
 

Titolo originale: id
Regia: Jafar Panahi
Interpreti: Jafar Panahi (sé stesso), Naser Hashemi (sceriffo), Vahid Mobaseri (Ghanbar), Bakhtiar Panjei (Bakhtiar), Mina Kavani (Zara)
Genere: Drammatico
Origine
: Iran
Anno
: 2022
Soggetto
: Jafar Panahi
Sceneggiatura
: Jafar Panahi
Fotografia
: Amin Jafari
Montaggio
: Amir Etminan
Durata
: 107'
Produzione
: Jafar Panahi per JP Production
Distribuzione
: Academy Two (2022)
 

 

L'Iran è una prigione a cielo aperto. E chi lo denuncia finisce direttamente dietro le sbarre. È successo di nuovo al regista Jafar Panahi, uno dei grandi del cinema contemporaneo e da anni perseguitato dal regime degli ayatollah. Già limitato nelle sue libertà, lo scorso luglio è stato arrestato per 'propaganda' contro il governo. La sua colpa, oltre alle numerose prese di posizione, sono i film girati senza permesso ufficiale, quando non clandestinamente, nell'ultimo decennio.
Il più recente è "Gli orsi non esistono", presentato in concorso alla 79a Mostra del cinema di Venezia, dove ha ricevuto il premio speciale della giuria. La pellicola arriva nelle sale in un momento in cui la situazione del Paese del Medio oriente è all'attenzione del mondo dopo le proteste e le violente repressioni di queste settimane.
Panahi, come nel precedente "Taxi Teheran", interpreta sé stesso, ospite di un villaggio ai confini con la Turchia mentre cerca di girare un film per interposta persona, proprio come fece tra gli anni '70 e gli '80 il turco Yilmaz Güney, incarcerato dalla dittatura militare e vincitore della Palma d'oro di Cannes con "Yol".
Un assistente del regista dirige, seguendo le indicazioni fornitegli per telefono, un film su un uomo e una donna che aspettano di ricevere i documenti (falsificati) per emigrare insieme in Europa e si interrogano se non sia più semplice partire separatamente e ricongiungersi oltre la frontiera. Intanto Panahi cammina per le stradine e scatta fotografie degli scorci o delle persone, quando all'improvviso gli viene chiesto di mostrare le immagini nella sua macchina fotografica e sul computer perché avrebbe ritratto qualcosa che non doveva. Si scoprirà che aveva colto con il suo obiettivo l'incontro di una coppia clandestina e la sua fotografia potrebbe essere una prova per incolparli.
Il regista, che nel film si rifiuta di collaborare con il capovillaggio e con i censori, è lo stesso che nella vita ha difeso le istanze di libertà e raccontato le battaglie dei suoi connazionali e soprattutto delle donne, dal corale "Il cerchio", che nel 2000 vinse il Leone d'oro, a "Offside", Orso d'argento a Berlino nel 2006, con la storia di sei tifose che si travestirono da uomini per assistere a una partita della nazionale di calcio.
Stavolta la storia d'amore dei protagonisti si specchia in quella degli amanti catturati per caso in una fotografia, entrambe cercano di sfuggire a una realtà opprimente e a un destino che appare già scritto, creando un efficace cortocircuito tra realtà e finzione. Intanto la leggenda paesana vuole che sulle alture dei dintorni ci siano gli orsi del titolo, ma si tratta solo di una voce diffusa per alimentare la paura, non lasciare avvicinare al confine e controllare il popolo.
In modo molto intelligente, con una metafora chiara e calzante Panahi denuncia i timori indotti, la sorveglianza sociale, le manipolazioni, le tradizioni retrograde e pure i trafficanti di persone lungo la frontiera. Un gran film degno del suo maestro Abbas Kiarostami, che riesce a toccare la mente e la sensibilità degli spettatori.
L'Eco di Bergamo - Nicola Falcinella - 06/10/2022

Il nuovo lungometraggio di Panahi, Premio Speciale della Giuria alla Mostra veneziana e in sala dal 6 ottobre per Academy Two, non è solo un film sulla (sua e nostra) realtà, ma anche, e soprattutto, un film sul cinema, e sul rapporto sempre più problematico che l'una e l'altra cosa intrattengono nel mondo di oggi. Dove, al netto dei ponti telematici, i confini fisici, culturali e politici fra terre e persone sembrano ostacoli insormontabili. Ed ecco allora che il (vero) dramma del regista e dell'uomo scorre prima, durante e oltre la parabola de "Gli orsi non esistono".
Dove è lo stesso Panahi, di nuovo protagonista dei suoi lungometraggi semiclandestini, a interpretare un regista impegnato a girare un documentario da remoto in un villaggio iraniano al confine con la Turchia. È già tutto nella prima sequenza del film, dove una coppia di migranti irregolari tenta di raggiungere l'Europa, finché il movimento della videocamera e lo stop del cineasta non svelano l'artificio, lo schermo attraverso cui Panahi dirige la troupe situata oltre la frontiera che lui non può varcare. Ancora una volta, nella produzione recente del filmmaker iraniano, ci muoviamo al confine mai così sfuggente tra finzione e suo contrario. Perché, ovunque si trovi questo confine, non cambia la responsabilità di chi per vocazione e professione racconta l'umanità attraverso le immagini. Così, mentre lavora al (finto) doc, il Panahi personaggio finisce al centro di uno scandalo nel paesino in cui è ospite, a causa di una foto che (forse) ha scattato ad una coppia di ragazzi, ostracizzata dai notabili locali (lei promessa sposa dalla famiglia ad un altro, lui espulso dall'università per aver partecipato a una manifestazione).
L'oggetto temuto e ricercato è dunque un'immagine che non sappiamo nemmeno se esista davvero. A contare è il gesto, il cortocircuito innescato nella società e nella coscienza dagli strumenti audiovisivi, con i frammenti di spazio e tempo da essi immortalati e riprodotti. È quell'afferrare pezzi di reale (anche) nella rappresentazione, il peccato che mette in crisi i poteri vecchi e nuovi, grandi e piccoli, quando il mezzo non sia sotto il loro controllo. È il sottrarre attimi di Storia al fiume di una tradizione rinnovante gerarchie, soprusi, tabù, superstizioni (come quella sugli orsi che dà il titolo al film), l'atto che supera il confine costituito tra lecito ed illecito. Concepire, registrare, salvare sguardi è il moto sovversivo per eccellenza. Ce lo confermano, oggi, le immagini delle donne che nella stessa Repubblica islamica protestano a rischio (e a costo) della vita per i loro diritti negati. E, prima che la rivolta scoppiasse, ce lo ha ricordato Panahi. Con la forza di una sobrietà stilistica dietro e dentro la quale si agita una consapevolezza del mezzo filmico, e del suo statuto ambiguo.
Ciak - Emanuele Bucci - 2022-10-105