6 Febbraio 2020
 
 
.::Gloria Bell::.
 
 

Titolo originale: id
Regia e Sceneggiatura: Sebastian Lelio
Soggetto: Sebastian Lelio, Alice Johnson Boher, dalla sceneggiatura di Sebastian Lelio e Gonzalo Maza per il film "Gloria" (2013)
Fotografia: Natasha Braier
Montaggio: Soledad Salfate
Musica: Mattew Herbert
Scenografia: Dan Bishop
Costumi: Stacey Battat
Interpreti: Julianne Moore (Gloria), John Turturro (Arnold), Michael Cera (Peter), Caren Pistorius (Anne), Brad Garret (Dustin), Jeanne Tripplehorn (Fiona), Barbara Sukowa (Melinda)
Produzione: Sebastian Lelio, Julianne Moore, Pablo Lorrain ecc
Distribuzione: Cinema
Durata: 102'
Origine: Cile/USA, 2018.

 

 Il regista cileno Sebastian Lelio è il primo nel suo Paese ad aver vinto l'Oscar, nel 2018 con "Una donna fantastica", per il miglior film in lingua straniera. Questo suo ultimo "Gloria Bell" non è altro che la rivisitazione americana del suo quasi omonimo "Gloria" del 2013. Siamo a Los Angeles e la cinquantottenne divorziata Gloria Bell, con un buon lavoro e figli adulti persino troppo indipendenti, la sera va a ballare con amiche e conoscenti, è affamata di vita ma consumata dalla solitudine. Una figura sbiadita agli occhi degli altri, in cerca delle attenzioni che le mancano. La figlia si innamora di un surfista venuto dalla Norvegia, che viene presentato a Gloria in una sequenza in cui, come in altre situazioni, non le viene dato spazio, mentre il tempo scorre veloce e sembra metterla in ombra. Quando la donna conosce Arnold, anch'egli transfuga da un matrimonio finito, sembra esplodere la passione e con esso la speranza di un futuro insieme. Arnold è però separato in casa, con due figlie spregevoli che lo ricattano ed ha subito un intervento chirurgico che lo ha messo alla prova. Come nei film precedenti, dunque, il regista cileno prosegue il suo discorso sull'emancipazione femminile, di cui coglie, nell'appassionato ritratto di Gloria, gli stimoli e le frustrazioni, ora calati in un'ambientazione differenti rispetto all'originale del 2003. Lelio conserva i tratti principali del precedente film, regalando alla vicenda una dimensione più elegante e internazionale che non cela il gusto raffinato per i dettagli, in un remake fortemente voluto da Juliane Moore che compare anche fra i produttori esecutivi. Ma mentre, nel film del 2013, i dettagli passavano allo spettatore attraverso lo sguardo di Paulina Garcia - che recava una più immediata caducità fisica la personaggio e restituiva la malinconia di fondo del suo personaggio nel suo sorriso forzato e tenero - in "Gloria Bell" l'interpretazione di Juliane Moore sottolinea l'attualità della condizione di una protagonista che il regista vuole in alcuni momenti far assurgere ad emblema. Nel suo quotidiano, tra intemperanze e incomprensioni che sono anche l'esito di disillusioni e di troppo investimento negli altri, Gloria comprende, con la sua grinta ed il silenzioso coraggio, come possa essere importante "ballare da sola" senza perdere speranza nell'amore. Le sue fragilità non la condannano come sarebbe potuto accadere in passato a tante donne a cui il precedente 'Gloria' faceva riferimento. Questa volta Gloria "danza" (in tutti i sensi) in un contesto in cui la subordinazione femminile è un costume che si vuole scongiurato, tanto che a un certo punto la donna, dinanzi alle fughe e alle assenze di Arnold che non dimostra il coraggio che occorrerebbe per liberarsi dal passato, in un gesto di rabbia, surreale e liberatorio, gli spara e lo imbratta con un fucile giocattolo, umiliandolo davanti alla casa in cui l'uomo si sente costretto a fare il servizievole servo delle ingrate figlie. Alla fine il tema dell'emancipazione femminile emerge e si palesa, per la protagonista, nel ritrovarsi a ballare la canzone omonima di Umberto Tozzi (nella versione di Laura Branigan), che invece di sottolineare un momento Kitch, enfatizza il luogo e il tempo in cui Gloria trova la forza per rimettersi in gioco.