27 Febbraio 2020
 
 
.::I Figli del Fiume Giallo::.
 
 

Titolo originale: Jiang hu er nu/Ash Is Purest White
Regia e Sceneggiatura: Jia Zhangke
Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Matthieu Laclau
Musica: Lim Giong. Scenografia: Liu Weixin
Interpreti: Zhao Tao (Qiao), Liao Fan (Bin), Diao Yi'nan (Lin Jiadong), Casper Liang (Lin Jiayan), Xu Zheng (L'uomo sul treno), Ding Jiali (La donna sulla barca)
Produzione: Shozo Ichiyama, Nathanael Karmitz, Olivier Père per Xuanxi Media Group /Beijing Runji Investment ecc.
Distribuzione: Cinema
Durata: 136'
Origine: Cina/Fra/Giappone.

 


Presentato al festival di Cannes 2018, "I figli del Fiume Giallo" è il nuovo ottimo film di uno dei grandi registi contemporanei. Attraverso le sue opere negli ultimi vent'anni Jia Zhangke (classe 1970) ha raccontato la mutazione della Cina (come a dire: il cuore della nostra storia globale) attraverso drammi personali, sfiorando i vari generi in opere di grande respiro. Il nostro pubblico aveva già apprezzato qualcosa del genere nella rassegna 2016/17 con "Al di là delle montagne", stesso regista, stessa suddivisione dell'opera in tre momenti, stessa interprete femminile. E in questo caso l'autore opera una sorta di riepilogo del proprio cinema: anche alla lettera, perché utilizza a volte riprese girate in vari momenti della sua carriera, abilmente mescolate, come a creare una invisibile stratificazione. Anche la vicenda ripercorre atmosfere dei suoi lavori precedenti: la protagonista Qiao (la grandissima Zhao Tao, moglie di Jia nella vita) fa la ballerina ed è la compagna di un boss; per salvare quest'ultimo da un aggressore, la donna spara in aria durante una rissa. Finisce in carcere e quando ne esce, cinque anni dopo, trova il mondo intorno completamente cambiato, a cominciare dall'amato. Uno spunto da noir (come già ne "Il tocco del peccato" del 2013 del medesimo autore) che vira nel melò (accadeva anche nel già citato "Al di la delle montagne") ma pieno di divagazioni, incontri, episodi collaterali che, sommati, costituiscono il senso dell'opera e la fanno lievitare alle dimensioni di un grande romanzo che copre due decenni di storia, dal 2001 al 2018. Tra questi momenti, spesso memorabili, spiccano le parentesi tipiche del regista con brani di musica pop (qui i Village People e la cantante cantonese Sally Yeh), più malinconiche che ironiche, come un ballo incosciente e leggero ai bordi dei cambiamenti epocali. Emblematicamente il film si apre con una ripresa mossa su un autobus affollato: visi, mani che portano sigarette alle labbra, uomini dall'aspetto dimesso. E una bambina, che inizialmente dorme, cullata dal movimento del mezzo, poi si sveglia e rivolge il suo sguardo direttamente in macchina. Come nel cinema delle origini, quegli occhi hanno il potere-fascino di "agganciare" lo spettatore e farlo partecipare a un viaggio che per molti aspetti è quasi psichedelico, muovendosi allo stesso tempo tra le regioni di un paese immenso, che è la Cina, nel fluire degli anni così come nella trasformazione dei rapporti umani, e anche nell'evoluzione del suo autore. Quello sguardo arriva dal passato del cinema di Jia, si tratta infatti di riprese che risalgono a diversi anni prima: nel film le 'intrusioni', le interferenze di materiale vario in un certo senso riemergono dalla coscienza cinematografica del regista e si fondono magicamente con quelle attuali, e con altri rimandi. Altra 'tecnica autoriale' di Jia il fatto che sfondo e primo piano si scambiano i ruoli nell'inquadratura. Protagonisti diventano i luoghi mutanti attraversati dai personaggi: le città, i villaggi, le imbarcazioni, la diga delle Tre Gole (già al centro del suo "Stll Life", Leone d'Oro a Venezia 2006) si impongono con un'evidenza assoluta, attraversati dalla macchina da presa di ieri e di oggi. E il film diventa, oltre che potente dramma umano, una riflessione sullo spazio e sul tempo, radicata nella storia.