24 Ottobre 2019
 
 
.::Beautiful Boy::.
 
 

Titolo originale: id
Regia: Felix Van Groeningen
Soggetto: dalle due biografie scritte da David e Nic Sheff "Beautiful Boy: A Father's Journei Trough His Son's Addiction e Tweak: Growing up on Methamphetamine"
Sceneggiatura: Luke Davis, Felix Van Groeningen
Fotografia: Ruben Impens
Montaggio: Nico Leunen
Musica: Ulrika Akander, Elmo Weber
Scenografia: Ethan Tobman
Costumi: Emma Potter
Interpreti: Steve Carrel (David Sheff), Timothée Chalamet (Nic Sheff), Karen Barbour (Amy Ryan), Vicky Sheff ((Christian Convery), Jasper Sheff (Oakley Bull)
Produzione: Amazon Studios, Big Indie Pictures, Plan B Entertainment con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 111'
Origine: USA, 2018.

 

  Di Felix Van Groeningen avreste visto qualche anno fa "Alabama Monroe" (2012), una vicenda estrema di amore e malattia nel mondo dei musicisti bluegrass, se la solita distribuzione dei film in Italia non ce lo avesse sottratto. Miglior fortuna l'abbiamo avuta con il suo ultimo "Beautiful Boy" che dopo aver fatto il giro dei festival di mezzo mondo approda anche al nostro cineforum. Nicolas Sheff ha 18 anni ed è un bravo studente: scrive per il giornale della scuola, recita nello spettacolo teatrale di fine anno e fa parte della squadra di pallanuoto. Ama leggere e possiede una spiccata sensibilità artistica; in autunno andrà al college. Da quando ha 12 anni però, ama sperimentare le droghe, da qualche tempo ha provato la metamfetamina: la strada per la tossicodipendenza è spianata! Tratto dai libri autobiografici di David Shaff (Steve Carell) e di suo figlio Nic (Timothée Chalamet), dunque con l'etichetta della storia vera, l'opera si addentra nel complicato territorio (al cinema come nella vita) della tossicodipendenza a partire dalla relazione padre-figlio, scegliendo come punto di vista del racconto quello del primo, disposto a tutto pur di capire cosa stia succedendo al secondo. Non possiamo, però, non sottolineare l'ennesima prova del giovane attore franco-statunitense Timothée Chalamet (classe 1995). Che sia ragazzo degli anni '80 che si strugge d'amore durante l'estate passata nella casa di campagna in "Chiamami col tuo nome" (ricordate che inaugurava la scorsa stagione), un musicista ribelle come in "Lady Bird" (sempre scorsa stagione) o un'anima inquieta che cerca di trovare se stessa sperimentando ogni forma di sostanza come in questo film, Timothée Chalamet è ormai il volto della sua generazione (forse insieme a Lucas Hedges che avete visto in "Manchester by the Sea" due stagioni fa): in quello sguardo sognante, quelle labbra perfettamente disegnate e i capelli morbidi, di cui quasi tutti i registi con cui ha lavorato finora non hanno saputo fare a meno, c'è lo smarrimento e l'incertezza della giovinezza. Tornando al tema di cui sopra, da "L'uomo dal braccio d'oro"(1955) a "Trainspotting" (1997) passando per "Christiane F - noi i ragazzi dello zoo di Berlino" (1981), senza tacere il recente "Ben is back"(2018), i film che raccontano la dipendenza rischiano sempre di essere o troppo duri o retorici, perché affrontano uno dei grandi tabù della società civile: la vicenda della droga viene vista come uno dei peccati più gravi, perché viene giudicata come una scelta volontaria di distruggere la propria vita e, conseguentemente, anche quella degli altri. A prescindere dai motivi che spingono una persona a far uso di sostanze stupefacenti, che sia un grande dolore o una predisposizione genetica, una volta entrati nel tunnel uscirne è difficilissimo: lo sa bene Nic e ancora meglio suo padre, che lo recupera in corsie d'ospedale, centri di disintossicazione e case malfamate. La dipendenza così nera, inevitabile, orrenda e allo stesso tempo rassicurante, diventa quindi una metafora, l'abisso che ci guarda e ci rimanda un'immagine su cui è difficile soffermare lo sguardo, non vogliamo vederla, cerchiamo di cancellarla a tutti i costi!