7 Febbraio 2019
 
 
.::Detroit::.
 
 

Titolo originale: id
Regia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Marc Boal
Fotografia: Barry Ackroyd
Montaggio: William Goldenberg, Harry Yoon
Musica: James Newton Howard
Scenografia: Jeremy Hindle
Costumi: Francine Jamison-Tanchuck
Interpreti: John Boyega (Melvin Dismukes), Will Poulter (Philip Krauss), Algee Smith (Larry Reed), Jacob Latimore (Fred Temple), Jason Mtchell (Carl Cooper)
Produzione: Kathryn Bigelow, Marc Boal, Matthew Budman, Megan Ellison, Colin Wilson ecc
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 143'
Origine: USA, 2017

 

 Della regista statunitense Katrhryn Bigelow un solo film compare nei nostri cartelloni nella stagione 2001/2002: "Il mistero dell'acqua". Il grande successo riportato dai suoi ultimi "Zero Dark Thirty" (2012, sulla cattura di Bin Laden), e "The Hurt Locker" (sulle vicende di un gruppo di artificieri nella guerra in Iraq; pensate 6 Oscar nel 2010 soffiati al ben più celebre ex marito James Cameron in lizza col suo fantascientifico "Avatar") aveva reso inutile il passaggio nelle nostre rassegne. Dal piglio virile e capace di segnalarsi per la denuncia potente di scomode verità, la Bigelow non si smentisce col suo ultimo "Detroit", ambientato durante la rivolta dei neri della 'capitale dell'automobile' nel 1967. Era, quella degli anni '60, la Detroit definita, appunto, 'motor town' per l'alta concentrazione di fabbriche automobilistiche presenti sul suo territorio. Ragione per cui milioni di afroamericani vi si erano trasferiti dalle piantagioni del Sud, alla ricerca di un lavoro presumibilmente stabile. Ma anche la capitale della musica dove era nata la Motown record Corporation, la casa discografica che diede il nome al particolare sound definito, appunto, Motown (contrazione di motor town), portato al suo diapason da artisti come Marvin Gaye, Diana Ross, Supremes, Stevie Wonder e alla fine anche un giovanissimo Michael Jackson. Ed è qui che prende vita la vicenda narrata dalla nostra autrice, costruita su una triplice ripartizione narrativa che poggia il proprio fulcro sul lungo episodio centrale che ricostruisce i fatti dell'Algiers Motel dove la polizia sequestrò un gruppo di neri e due ragazze bianche che alloggiavano lì, sottoponendoli avere e proprie torture e uccidendo tre ragazzi di colore. Il lungo episodio centrale è bilanciato da una sorta di docu-film prologo che fa da inquadramento storico e da un epilogo che racconta (anche richiamando alla memoria i protagonisti reali della vicenda), l'esito dello scandaloso processo seguito a quelle violenze, praticamente senza colpevoli per insufficienza di prove. Alternando scene in apparenza lontanissime tra di loro - esplosioni di rabbia e di rivolta, saccheggi, comizi ma anche commenti di curiosi, capannelli, occasioni 'mondane' che non si vogliono perdere -, la regista riesce a restituire l'atmosfera, a metà tra la paura e la sorpresa che si respirava in quei giorni (la guerra del Vietnam era in pieno svolgimento e l'assassinio di Martin Luther King é posteriore di pochi mesi) nei quartieri neri di Detroit. Lo stile è sempre quello personalissimo della regista californiana, talmente realistico da portarci direttamente dentro i fatti. Concitato e al contempo compatto, forte e rigoroso, con una tensione ed una suspense che non vengono mai meno, l'opera rasenta il documentario soprattutto nel prologo dove, le sequenze di repertorio quasi non si distinguono da quelle girate per il film. Ne esce malconcio il cosiddetto 'sogno americano', un privilegio riservato a pochi in un società minata da intolleranza e razzismo, dove la violenza genera violenza e l'odio perpetua l'odio.