10 Gennaio 2019
 
 
.::Figlia Mia::.
 
 

Regia: Laura Bispuri
Soggetto e Sceneggiatura: Francesca Manieri, Laura Bispuri
Montaggio: Carlotta Crisiani
Musica: Nando di Cosimo
Fotografia: Vladan Radovic
Scenografia: Ilaria Sadun
Costumi: Antonella Cannarozzi
Suono: Stefano Campus (presa diretta)
Interpreti: Valeria Golino (Tina), Alba Rohrwacher (Angelica), Sara Casu (Vittoria), Udo Kier (Bruno), Michele Carboni (Umberto)
Produzione: Maria Donzelli e Gregorio Paonessa per Vivo Film
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 100'
Origine: Ita, Sviz, Germ, 2018

 

 Laura Bispuri torna, dopo il debutto con "Vergine giurata" (lo avremmo visto nella stagione 2015/16 se la solita misteriosa distribuzione dei film in Italia non avesse deciso diversamente), con "Figlia mia" a raccontare di donne incomplete. Nel primo film, ambientato tra Albania e Alto Adige, Hana era diventata Mark per poter vivere, da uomo, la propria vita liberamente, qui l'incompiutezza è divisa tra due donne, che si contendono una figlia cui entrambe credono di avere diritto e attraverso la quale ritengono di sentirsi pienamente realizzate. Tina (Valeria Golino) e Angelica (Alba Rohrwacher) sono sue donne molto diverse l'una dall'altra che vivono in un paese sulla costa della Sardegna. Dieci anni prima avevano stretto un patto segreto che ora all'improvviso viene rimesso in discussione. La prima si era presa Vittoria (Sara Casu), figlia naturale dell'altra, crescendola come propria insieme al marito Umberto. Una scelta che da una parte aveva riempito un vuoto e una mancanza nella coppia, dall'altra creato una distanza: marito e moglie dormivano separati, dal momento che ella si occupava con dedizione della bambina stabilendo una relazione quasi simbiotica. L'improvvisa richiesta di Angelica, che ha un grosso debito e rischia di perdere la casa isolata in cui abita, di trascorrere del tempo con la piccola stravolge l'equilibrio che si era stabilito. Ci sono due madri nel nuovo film della Bispuri, in gara al Festival del cinema di Berlino 2018, anche se non è della maternità che parla quanto piuttosto dell'essere figlie, o meglio ancora della ricerca di affermare un personale modo di essere donne. "Figlia mia" è un romanzo di formazione che fa coincidere la scoperta di sé con quella di un femminile 'aperto', da sperimentare, che come unico codice si dà di non averne assumendo la libertà di prendere da quanto coincide con il proprio 'genere' ciò che si vuole. Non ci sono cavalieri o principi azzurri o ragazzini imbronciati nell'orizzonte di Vittoria, la piccola protagonista dai capelli rossi col corpicino trattenuto dei vestiti da bimba e delle regole della mamma pia donna - che ha l'intensità implosa (e la bravura) di Valeria Golino. A scuola le compagne parlano già di baci sulla bocca e lei con i suoi quasi dieci anni le guarda silenziosa, messa sempre un po’ da parte, diversa in mezzo a loro non solo fisicamente. Poi succede che Vittoria incontra Angelica, chiara, bionda come lei, la vede a una fiera di cavalli che fa sesso con un tipo e fugge spaventata. Siamo in qualche parte della Sardegna d'estate, si sentono il caldo, il vento che porta con sé il mare, il sole che brucia. Ma quello di Bispuri più che un luogo reale appare come un paesaggio del femminile a partire dagli archetipi imposti nei secoli: puttana e madonna, santa donna e donna perduta, le due Madri che forse sono una sola, che forse nemmeno esistono se non come possibile proiezione estrema nella percezione della ragazzina. Angelica è un cow-boy e sembra non avere paura di nulla, Tina è un'operaia e sembra avere paura di tutto, del segreto di aver comprato la figlia, di Angelica, di se stessa. "Figlia mia" si appoggia sull'interpretazione delle due 'primedonne', una trattenuta Valeria Golino, un'esuberante Alba Rohrwacher, già ottima protagonista in "Vergine giurata".