28 Febbraio 2019
 
 
.::Foxtrot - La danza del Destino::.
 
 

Titolo originale: Foxtrot
Regia e Sceneggiatura: Samuel Maroz
Fotografia: Gloria Bejach
Montaggio: Eric Lahav Leibovich, Guy Nemesh
Musica: Ophir Leibovitch, Amit Poznanky
Scenografia: Arad Sawat. Costumi: Hila Bargiel
Interpreti: Lior Ashkenazi (Michael Fieldmann), Sarah Adler (Daphina Fieldmann), Shira Haas (Alma), Yonathan Shiray (Jonathan, Gefen Barkai (il comandante della squadra)
Produzione: Michael Weber, Viola Fugen, Eitan Mansuri, Cedomir Kolar, Marc Bashet ecc
Distribuzione: Academy Two
Durata: 113'
Origine: Isr/Ger/Fra/Sviz, 2017

 

 Samuel Maoz (Tel Aviv 1960), è stato soldato nel 1982, a vent'anni, quando Israele ha invaso il Libano. Lo spaesamento e la completa assurdità del conflitto israelo-palestinese sono stati gli ingredienti del suo esordio nel lungometraggio, "Lebanon", Leone D'Oro come Miglior Film al festival di Venezia 2009. Questo "Foxtrot", Gran Premio della Giuria a Venezia 2017 nonché nominato nella cinquina all'Oscar per il miglior film straniero 2018, conferma il suo percorso cinematografico volto a smascherare l'assioma che la guerra tra popoli sia un atto dovuto a Dio e alla patria, almeno per ogni israeliano. Qui, però, Maoz spinge di più sull'acceleratore del formalismo e della metafora concettuale che si traduce in linea narrativa e asse registico, componendo un film a 'quadri' le cui dosi sono soppesate al millimetro. La danza del destino (questo il sottotitolo italiano), denuncia apertamente la sua struttura a vicolo cieco già dalla scena del ballo come detonatore simbolico della sua struttura e si svolge davanti ai nostri occhi battendo un tempo lento e fluido, con un prologo e tre atti che, naturalmente, come nella danza, riportano al punto di partenza. Riassumiamo per sommi capi la trama, intrecciata nei suoi episodi, per non svelare niente di più del necessario. Tel Aviv. Degli ufficiali israeliani annunciano a una famiglia la morte del loro giovane figlio, caduto in guerra. In un avamposto dimenticato nel deserto quattro sodati aspettano un conflitto che non deflagra e alloggiano in un container che sta sprofondando sempre più nel fango. Anni dopo, un padre e una madre si confessano colpe e rancori, rileggendo la loro vita alla luce delle colpe passate. Così facendo il regista intende dare un'idea del clima in cui il suo popolo vive, la stessa che alimenta l'andamento surreale nel film, diviso in tre capitoli. Come una tragedia greca "Foxtrot" è una riflessione su fatalità, destino, coincidenze e caos, su ciò che possiamo controllare e ciò che ci sfugge, mettendo a confronto due generazioni alle prese con lo stesso trauma, quello di un conflitto che diventa eterna condanna. Così come nel foxtrot , anche nel film si torna al punto di partenza seguendo i passi di questa 'danza con il destino', come l'ha definita lo stesso regista, apologo morale dal doppio colpo di scena che scivola nel teatro dell'assurdo, così presente nella cultura ebraica, e si tinge di amarissimo umorismo. Il destino, allora, inesorabile, che riporta tutto al movimento originario, come il ballo che dà il titolo al film. Maoz dispone con cura le sue figure, il soldato, l'intellettuale, la diaspora, la memoria assai più labile della Storia, e dunque molto più manipolabile - quanto insomma ha costituito il 'bagaglio' dell'immaginario israeliano negli anni - per dirci che no, non c'è una via d'uscita a un passato che non passa, all'errore "originario" di cui tutti finiscono per diventare vittima. E la cronaca recente degli scontri (per usare un eufemismo) sulla striscia di Gaza al confine dello stato ebraico, fra militanti palestinesi più o meno legati ad Hamas ed esercito di Israele, non fa che confermare quest'assunto. Come in una grottesca coazione a ripetere si torna ancora alla casella di partenza!