7 Marzo 2013
 
 
.::Il Primo Uomo::.
 
 

Titolo Originale: Le premier homme
Regia e sceneggiatura: Gianni Amelio
Soggetto: dal romanzo omonimo di Aslbert Camus
Fotografia: Yves Cape
Montaggio: Carlo Simeoni
Musica: Carlo Piersanti
Scenografia: Arnaud de Morelon
Costumi: Patricia Colin
Interpreti: Jacques Gamblin (Jacques Cormery), Maya Sansa (Catherine Cormery nel 1913 e 1924), Catherine Scola (Catherine Cormery nel 1957), Denis Podalydès (il maestro Bernard)
Distribuzione: 01
Durata: 100'
Origine: Italia/Francia/Algeria, 2011

 

 Gianni Amelio ha sempre avuto una collocazione precisa nelle nostre rassegne, i temi intimisti insieme a quelli sociali hanno caratterizzato da sempre la sua cinematografia, da "Porte aperte" (stagione 1990/91)al "Il ladro di bambini" (1992/93) per arrivare a "Le chiavi di casa" (2004/05). Con questo suo ultimo "Il primo uomo", una produzione italo-franco-algerina realizzata in Algeria, il regista calabrese porta sullo schermo il romanzo omonimo che Albert Camus lasciò incompiuto (e che è stato poi pubblicato da sua figlia) quando il 4 gennaio 1960 l'autore dei romanzi "Lo straniero" e "La peste" trovò la morte in un incidente stradale, a quarantasette anni. "Il primo uomo" è un racconto autobiografico. Parla del ritorno del già celebre scrittore da tempo residente in Francia alla natia Algeria dove, sulle tracce del padre mai conosciuto (morto sul fronte franco-tedesco nella Prima guerra mondiale), e mentre già infuria il conflitto tra le autorità coloniali e il Fronte nazionale di liberazione algerino, incontra o ricorda tutte le persone importanti del suo passato e della sua formazione. A cominciare dalla madre analfabeta e amatissima e dalla nonna autoritaria e rispettata, dall'insegnante che tanto aveva contribuito a emanciparlo dalle povere origini incoraggiandolo allo studio, dall'amico d'infanzia arabo che gli chiede aiuto per evitare la pena capitale al figlio oggi accusato di terrorismo. Camus era figlio di 'pieds noir' e 'pieds noir' egli stesso, cioè francese d'Algeria. Nella sua vita e nel suo impegno, così come il film mostra, rappresentò la difficile e controversa posizione di chi rifiutava i metodi terroristici ma comprendeva le ragioni del popolo arabo-algerino, di chi si opponeva all'oltranzismo nazionalista francese, alla repressione e alla tortura (Chi ha visto "La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo sa di cosa parliamo anche dal punto di vista cinematografico), ma comprende il sentimento di chi, anche se non arabo esattamente come lui, si sentiva in tutto e per tutto algerino. Sapeva che la storia non poteva sottrarsi allo spargimento di sangue, ma auspicava un paese dove algerini francesi e algerini arabi potessero convivere in pace. Quale motivo spinge Amelio a sceneggiare tutto questo? Semplice, l'autore si è appassionato al testo di Camus perché vi ha ritrovato se stesso. Nell'Algeria lontana, fuggita ma rimasta nel cuore, in quelle due donne semplici e forti, nonna e madre, nell'assenza di un padre non conosciuto (nel suo caso perché emigrato) , nel potere di emancipazione dello studio, Amelio rivede la propria storia e il proprio percorso. E ne risulta qualcosa di raro. Dunque ancora Marcel Camus per il cinema italiano, negli anni '60 Luchino Visconti con "Lo straniero", oggi Gianni Amelio di cui ci è stato dato conoscere certi accostamenti della sua infanzia con quella raccontata dal 'pieds noir', ci restituisce un film che , per un verso spazia su quell'infanzia, per un altro su quel ritorno a casa in un'occasione storica particolarmente complicata. Tenero e raccolto il primo momento che, grazie a un insegnante pronto a riconoscere le doti dl suo scolaretto facendogli continuare gli studi, si concluderà all'insegna della gratitudine. Nella seconda parte con immagini nitide e piane, nonostante qua e là debbano accogliere attentati ed esplosioni, il regista riesce ad offrirci, ad ogni svolta, motivi asciutti di commozione sincera. Il protagonista da adulto è l'attore francese Jacques Gamblin, la madre da giovane è la nostra Maya Sansa. Ma intorno anche gli altri, arabi e francesi, bambini e non, hanno un peso espressivo di forte intensità.