29 Marzo 2012
 
 
.::In un Mondo Migliore::.
 
 

Regia:Susanne Bier
Sceneggiatura: Susanne Bier, Anders Thomas Jensen
Fotografia: Morten Søborg
Montaggio: Pernille Bech Christensen, Morten Egholm
Musica: Johan Söderqvist
Interpreti: Mikael Persbrandt (Anton), Trine Dyrholm (Marianne), Ulrich Thomsen (Claus), Markus Rygaard (Elias)
Produzione: Danmarks Radio
Distribuzione: Teodora Films
Durata: 100’
Origine: Danimarca / Svezia

 

Vincitore dell’Oscar 2011 come miglior film in lingua straniera, l'ultimo film della regista danese Susanne Bier (di cui ricordiamo “Non desiderare la donna d’altri”), "In un mondo migliore", non è passato inosservato al Festival di Roma 2010, dove era in concorso e dove si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria (“Susanne Bier indaga la nostra epoca con passione, forza visionaria e coraggio civile”, questa la motivazione); ma poiché la forza del film è la sua capacità di arrivare duro e diretto anche oltre i cineasti e i critici, ha conquistato anche il Marc’Aurelio del pubblico.
In questo film si entra dentro la storia di una formazione adolescenziale compiuta in una città danese da due ragazzi diversi e uguali. "In un mondo migliore" racconta infatti la storia di due dodicenni. Elias, timido e succube, figlio di una coppia di medici che stanno per separarsi (lei lavora in ospedale, lui fa il volontario in un campo profughi africano a contatto con sangue e disperazione quotidiani) e Christian, cinico e arrabbiato, che vive solo con il padre che odia perché lo accusa della scomparsa della madre, morta di un cancro devastante.
I due ragazzini sono entrambi dei “diversi”, Elias perché insicuro e timido e incapace di opporsi ai bulli che lo perseguitano all'uscita di scuola solo perché porta l'apparecchio ai denti; l'altro, spavaldo e arrabbiato col mondo intero per il lutto che ha subito e che non è in grado di elaborare, oltretutto considerato dai compagni uno straniero perché viene dalla vicina Svezia.
Tra i due ragazzi nasce un'alleanza in cui giocano elementi di frustrazione e rivalsa, mentre i padri appaiono ai loro occhi impotenti e vigliacchi, se non colpevoli, nasce una strana amicizia che li porta a reagire violentemente alle storture del mondo e della vita. Elias subisce a scuola le violenze e gli atti di bullismo dei suoi compagni di scuola più grandi, Christian invece reagisce a quelle violenze difendendo l'amico e insegnandogli come si sta al mondo. Ma appunto è questa la domanda che muove il film: come si sta al mondo? Quale legge bisogna seguire? Quella della vendetta (il titolo originale è "Heavnen", che vuol dire vendetta) o quella della remissione?
Nella vita quotidiana fatta di isterie, prevaricazioni, ingiustizie, è una domanda quanto mai attuale. È il dubbio alla base di tante guerre. Qui, a due passi dal nostro naso, per strada, al parco, negli scontri cittadini quotidiani, nel tassista preso a pugni a un incrocio, come a miglia di distanza, in un’Africa lontana dove cozzano con la stessa mostruosità bene e male.
In un mondo davvero migliore la scelta non violenta riuscirebbe a disinnescare la spirale della prepotenza. Ma non nel nostro, dove chi porge l'altra guancia sembra ai più un imbecille, specialmente a chi osserva con gli occhi ancora ingenui ma fortemente manipolabili dell'adolescenza.
Uno dei film più belli del 2010: intenso, emozionante, vita vera. Ci sono storie che ci passano davanti, magari perfettamente narrate, ma che non ci toccano e il giorno dopo quasi non ricordiamo di aver visto. Non è così per la pellicola di Susanne Bier, regista dalla mano potente e insieme delicata : “In un mondo migliore” ci attraversa l’anima, ci fa piangere, ci fa arrabbiare, ci fa interrogare. Davanti a prepotenze, piccole o enormi e inaccettabili che siano, bisogna rimanere lucidi e giusti o diventare vendicatori e violenti come i nostri aggressori?
La fotografia dalla luce diafana intaglia i visi, fissa le espressioni e, insieme alla sceneggiatura contribuisce a regalarci un film quasi perfetto.
Gli attori sono tutti di una bravura indimenticabile e le loro vicende sono le nostre: la solitudine, l’impotenza, un bisogno profondo di riconciliazione. Indimenticabili lo sguardo imperscrutabile e mai aperto a una solarità del dodicenne Christian, il sorriso imperfetto del tenero ed emarginato Elias, la tenacia disperata di sua madre Marianne, la coerenza idealistica e dolorosa di suo marito Anton.