24 Novembre 2016
 
 
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Poster del film Il racconto dei racconti

Titolo originale: Julieta
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Interpreti: Emma Suárez (Julieta), Adriana Ugarte (Julieta giovane),Priscilla Delgado (Antía bambina),Blanca Parés (Antía adolescente), Daniel Grao (Xoan), Inma Cuesta (Ava), Rossy de Palma (Marian)
Fotografia: Jean-Claude Larrieu
Montaggio: José Salcedo
Musica: Alberto Iglesias
Distribuzione: Warner Bros Italia
Durata: 99’
Origine: Spagna
Uscita: 2016

 

Una foto strappata: ha soltanto questo con sé Julieta, quando torna nel palazzo di Madrid in cui tanti anni prima era stata felice. Quella foto è un sintomo del suo dolore e della sua sofferenza. È uno strappo da ricucire, una ferita da rimarginare, un puzzle da ricomporre. Julieta vuole ricostruire la foto, ma anche rimettere insieme i pezzi della sua vita. Deve riempire i vuoti, deve fare i conti con l’assenza che da dodici anni riempie la sua vita e la distrugge: l’assenza di sua figlia Antìa, che se n’è andata dodici anni prima, quando era ancora adolescente, dopo la tragica morte del padre travolto sulla sua barca da una violenta mareggiata. Julieta non ha mai saputo il perché di quella improvvisa e repentina scomparsa, non l’ha saputo e non l’ha capito. Come non l’abbiamo capito noi spettatori: c’è un vuoto, o un mistero, nel cuore del film, e il film non cerca di spiegarlo: prova, tutt’al più, a raccontarlo. Perché questo è il vero tema dell’ultimo, bellissimo film di Pedro Almodòvar: il raccontare. Julieta è un film che racconta il raccontare, che fa del raccontare il cuore pulsante della storia, ma anche della vita. È quando raccontiamo che diamo senso agli accadimenti apparentemente casuali della nostra esistenza. È il raccontare che mette insieme i pezzi, che cuce gli strappi, che prova a saturare i vuoti. Così Julieta racconta: si racconta e ci racconta. Scrive una lettera alla figlia scomparsa, pur sapendo che non ha un indirizzo a cui spedirla. Almodòvar ce la mostra proprio nell’atto di scrivere, altalenando fra il presente (quando Julieta è interpretata dall’intensa cinquantenne Emma Suarez) e il passato (quando è l’energica e vitale trentenne Adriana Ugarte). Avanti e indietro, con una struttura a flashback e frammenti che si incastrano l’uno nell’altro e girano attorno ai vuoti e ai buchi che la storia continuamente ci propone, dalla notte sul treno in cui Julieta sperimenta per la prima volta il legame indissolubile fra l’amore e la morte, fino alla notte di tempesta in cui la morte (e il senso di colpa) prendono definitivamente il sopravvento sull’amore.
Trendo spunto da tre racconti di Alice Munro, Almodòvar scrive una delle sue sceneggiature più belle: perché, come ogni grande narratore, ruba ai suoi maestri – da Hitchcock a Douglas Sirk fino alla citata Patricia Highsmith – il segreto di fingere di svelare misteri, in realtà rendendoli ancora più misteriosi. Nel suo ricostruire la storia di una donna a cui “le cose accadono” senza che lei ne prenda parte, Almodòvar fa entrare in scena sempre nuovi personaggi che aggiungono ogni volta un nuovo tassello non tanto a ciò che è accaduto ma a ciò che noi e Julieta sappiamo di ciò che è accaduto. Così a un certo punto c’è la versione di Ava, e poi quella di Beatriz. Ognuna dice qualcosa in più e noi – con Julieta – abbiamo la sensazione di saperne sempre meno. Raccontare l’incomprensibile, raccontare facendo in modo che la progressione del racconto non colmi mai la sensazione di “mancanza” dello spettatore: più ne sappiamo, meno ne capiamo. In questo, un film come Julieta è davvero hitchcockiano: non tanto e non solo per le musiche “hermanniane” di Alberto Iglesias, né per la magistrale perfidia interpretativa di Rossy De Palma, che sembra evocare il fantasma della governante di Rebecca, ma proprio per il modo in cui il racconto ci fa scivolare a poco a poco nel vuoto: il vuoto del rapporto fra un uomo e una donna, fra una madre e una figlia, fra il caso e il destino. E’ su questi vuoti che Almodòvar tesse la sua sceneggiatura, ben sapendo che sono di quei vuoti che riempiono, insieme, il cinema e la vita.