14 Marzo 2013
 
 
.::L'Arte di Vincere::.
 
 

Regia: Bennett Miller
Soggetto: dal libro di Michael Lewis 'Moneyball'
Sceneggiatura: Steven Zaillian, Aaron Sorkin
Fotografia: Wally Pfister
Montaggio: Christopher Tellefsen
Musica: Mychael Danna
Scenografia: Jess Gonchor
Costumi: Kasia Walicka-Maimone
Interpreti: Brad Pitt (Billy Beane), Jonah Hill (Peter Brand), Robin Wright (Sharon), Philip Seymour Hoffman (Art Howe), Chris Pratt (Scott Hatteberg), Kerrys Dorsey (Casey Beane)
Produzione: Columbia Pictures
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 133'
Origine: U.S.A., 2011

 

L’Arte di vincere, passato quasi in sordina nelle sale italiane, ha avuto invece ottimi riscontri oltreoceano, sia dal punto di vista degli incassi sia per quanto riguarda la critica (tanto da presentarsi alla Notte degli Oscar forte di ben 6 nominations).
L’ottima regia di Bennett Miller (già autore di Capote, presente nella nostra rassegna nella stagione 2006/2007) e la solida sceneggiatura di due fuoriclasse come Aaron Sorkin (The social network) e Steven Zaillian (Schindler’s list) ci hanno consegnato un avvincente ed esemplare dramma di ambientazione sportiva, basato su un fatto vero, con qualche venatura intimista ed una ricercata brillantezza dei dialoghi, ma anche classico compendio su come il cinema americano (da sempre) reinterpreta i suoi miti e le sue leggende.
Brad Pitt, in uno dei ruoli più riusciti della sua carriera, interpreta il ruolo di Billy Beane, general manager degli Oakland Athletics: una buona squadra di baseball che però non può competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Quando al termine di una buona stagione si vede portar via i suoi tre migliori giocatori, la loro sostituzione diventa problematica, soprattutto con i pochissimi soldi a disposizione. A questo punto però Beane incontra Peter Brand (uno strepitoso Jonah Hill), giovane laureato in economia, che gli dimostra come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti. Beane abbraccia la filosofia del ragazzo e rifonda la squadra con nomi sconosciuti o apparenti scarti, lasciando di stucco tutti i collaboratori degli Oakland Athletics, compreso l'allenatore Art Howe (un sempre grande Philip Seymour Hoffman). All'inizio le cose non sembrano funzionare, ma pian piano il "sistema" messo in piedi da Beane Brand comincia a dare frutti insperati.
Il cinema anglosassone sta lavorando magnificamente sui generi, utilizzandoli come veicoli creativi per divulgare al grande pubblico nozioni complesse. L’arte di vincere di Bennet Miller trasforma lo sport movie (o meglio, il baseball movie, che è un sottogenere a sé) non solo in una metafora su vincitori e vinti ma anche in una parabola su come una nazione alle prese con i propri errori e la propria (conseguente?) vulnerabilità economica possa riscattarsi e risollevare la testa dalla polvere. La storia di questo riscatto viene raccontata senza eccessi: in modo sottile, non urlato, non spettacolarizzato. E, soprattutto, prima del fatidico “The end”, ci si porrà un interrogativo: se la squadra di “perdenti” sia diventata vincente oppure no. Allo spettatore il compito di giudicare, tenendo ben presente che quella raccontata da Miller è una storia vera. L'arte di vincere diventa così la spietata e cinica declinazione del principio darwiniano secondo cui sopravvive solo chi sa adattarsi, modificando forme e comportamenti in funzione delle mutate condizioni ambientali.