29 Novembre 2018
 
 
.::L'Insulto::.
 
 

Titolo originale: Qadiat raqm 23/L'insulte
Regia: Ziad Doueiri
Sceneggiatura: Ziad Doueiri, Joelle Touma
Fotografia: Tommaso Fiorilli
Montaggio: Dominique Marcombe
Musica: Eric Neveux
Scenografia: hussein Baydoun
Costumi: Lara Mae Khamiss
Interpreti: Adel Karam (Toni Hanna), Rita Hayek (Shirine Hanna), Kamel El Basha (Yasser Abdallah Salameh), Christine Choueiri (Manal Salameh)
Produzione: Antoun Sehnaoui, Jean Bhreat, Julie Gayet ecc
Distribuzione: Lucky Red/ 3 Marys Entertainment
Durata:113'
Origine: Libano/Francia, 2017

 

 Nominato per la cinquina di film che si sono contesi l'Oscar 2018 per il miglior film straniero, "L'insulto" del libanese Ziad Doueiri, (Coppa Volpi a Venezia 2017 per l'attore Kamel -El Basha) vede nell'argomento della pellicola il motivo del grande interesse che ha suscitato. Siamo a Beiruth (città insanguinata da una guerra civile che ha interessato tutto il Paese dal 1975 al 1990) e ci viene narrata la storia dell'incontro scontro tra il meccanico cristiano Tony (Adel Karam), che milita in un partito di destra, e il profugo palestinese Yasser (El Basha), che lavora come capocantiere. Durante un lavoro stradale nasce un litigio: il primo non vuole che la squadra di operai intervenga sulla sua abitazione e per ripicca rompe un tubo appena riparato. Lo scrupoloso Yasser si fa prendere dalla rabbia e risponde con un insulto pesante, al che Toni esplode: "Sharon avrebbe dovuto uccidervi tutti", ricevendo dall'altro un colpo che gli costa la frattura di due costole. Nessuno dei due vuole scusarsi o ritrattare, così ne scaturisce un lungo e complesso processo che ribalta più volte i punti di vista. Non basta la vicenda processuale perché dietro i due litiganti si schierano le rispettive fazioni, trasformando la lite in un caso nazionale, che riaprirà antiche ferite, mai rimarginate. Grazie a film come "L'insulto" (va ricordato che dopo aver ricevuto il riconoscimento veneziano di cui sopra il regista è stato arrestato nel suo Paese e solo successivamente rilasciato), riusciamo a capire quanti veleni si possono depositare nella vita quotidiana a oltre quarant'anni da una guerra civile atroce e spietata. Nella vita quotidiana e ordinaria, non nell'arena dei grandi scontri politici, nei risvolti 'invisibili' dell'esistenza di tutti i giorni, negli scambi che formano il tessuto quasi banale delle vicende umane: ci vuole il cinema, la letteratura a spiegarcelo, non è sufficiente la saggistica storica, utile ma che non arriva al cuore dell'emotività collettiva. Certo è anche durante il processo che nel film si finisce per scavare tra materie emotive pressoché sconosciute ad un Occidente ormai pacificato dopo la Seconda Guerra mondiale. C'è la memoria di una spaventosa strage, quella di Tel al-Zaatar, dove il 12 agosto 1976 dopo un lungo assedio le truppe falangiste cristiano-maronite, spalleggiate e foraggiate dalla Siria alawita (specialista, ieri come ai nostri giorni, di massacri orrendi), vennero uccisi quasi tremila palestinesi alloggiati in un campo profughi. E la memoria, opposta ma intrisa ugualmente di sangue, della operazione militare palestinese che nella cittadina cristiana di Damour (sempre nei pressi di Beiruth ma nel gennaio del 1976), dove vennero trucidate quasi seicento persone. Una doppia carneficina, che noi in Occidente abbiamo dimenticato, si è invece sedimentata nella memoria collettiva a bassa intensità di una comunità ancora ferita da quegli orrori e che si riaccende improvvisa per un insulto, un battibecco, una grondaia da riparare. La tragedia di un passato che non vuole passare. Un film ben scritto e ben recitato - la Coppa Volpi avrebbe potuto segnalare entrambi gli interpreti invece che il solo El Basha - che intende rivolgersi ad un pubblico molto più vasto di quello potenzialmente coinvolto, anzi universale visto lo spessore delle tematiche sollevate.