6 Aprile 2017
 
 
.::La Casa delle Estati Lontane::.
 
 
Poster del film Il racconto dei racconti

Titolo originale: Rendez-vous à Atlit
Regia: Shirel Amitay
Sceneggiatura: Shirel Amitay
Interpreti: Géraldine Nakache (Cali), Judith Chela (Asia), Yael Abecassis (Darel), Arsinée Khanjian (Mona), Pippo Delbono (Zack), Pini Tavgar (Dan), Yossi Marshak (Amos), Makram Khoury (Mafous)
Fotografia: Boaz Yehonatan Yaacov
Montaggio: Frédéric Baillehaiche
Musica: Reno Isaac
Distribuzione: En Compagnie des Lamas France 2
Durata: 91’
Origine: Israele, Francia
Uscita: 2014

 

Tre sorelle, assai diverse tra loro per indole, aspirazioni ed età, sono costrette a tornare nella natia Atlit per decidere cosa fare della casa dei genitori recentemente scomparsi. La scelta più sensata sembra quella di vendere: è l'estate del 1995, Israele respira la promessa di una pace che non è mai sembrata così vicina e il mercato immobiliare ne risente favorevolmente. Allo stesso tempo, però, la permanenza nella vecchia villa, la riscoperta di gesti e abitudini ancestrali, la vicinanza (anche, se non soprattutto, fisica) con le proprie radici, finiranno per alterare inesorabilmente gli equilibri tra le tre donne, conducendo a esiti inaspettati.
Distribuito con due anni di ritardo rispetto all'uscita ufficiale, La casa delle estati lontane segna il debutto dietro la macchina da presa di Shirel Amitay, già aiuto regista e co-sceneggiatrice di Jacques Rivette. Facendo appello al proprio archivio affettivo ed esperienziale, l'autrice, di origini franco-anglo-israeliane, imbastisce un canovaccio sospeso e sognante in cui pubblico e privato, Storia e storie, passato e presente, si alternano e si sovrappongono senza soluzione di continuità.
Lutto, memoria, eredità, identità: il film si regge infatti su questo asse sottile. La vendita della casa, le stanze da sgombrare, gli scatoloni da imballare non sono altro che il pretesto per raccontare il rapporto di un popolo con i propri ricordi e i propri fantasmi. Non a caso, il film è ambientato nelle settimane precedenti l'assassinio di Rabin, pietra tombale dell'agognato processo di pace del conflitto israelo-palestinese. La vicenda umana delle tre sorelle diventa così metafora di una pagina eccezionalmente ricca, complessa, vitale e frustrante della recente storia di Israele.
A incarnare tormentosamente questa metafora, corpo, sudore e anima, è soprattutto la testarda Cali, la sorella mezzana indurita dalla vita, che definisce se stessa come "né il primo miracolo, né l'ultima chance: sono una cosa di mezzo che ostacola il passaggio". All'arrivo ad Atlit è lei la più risoluta nel voler vendere, disfarsi definitivamente della casa e chiudere i conti - o forse scappare - da un passato che non sente più né caro né vicino. Ma contraddittoria e confusa come il momento storico in cui la storia prende avvio, Cali è anche quella che si prende maggiore cura della casa: si interessa al giardino, estirpa le erbacce, ridisegna i vialetti, pianta nuovi fiori. Lavora una terra che, in un facile gioco di rimandi allegorici, diventa la Terra di appartenenza: le radici e il passato impossibili da ignorare.
Ed è proprio da questa terra e da questo passato che provengono i fantasmi con cui Cali e Israele devono fare i conti. La casa "delle estati lontane diventa dunque una sorta di casa "degli spiriti", per ricordarci che, come diceva il poeta messicano Octavio Paz, "la memoria è un presente che non finisce mai di passare".
I primi a comparire sulla scena sono proprio i defunti genitori che, con i loro modi buffi e chiassosi, respingono decisamente l'idea di abbandonare la casa e il Paese. Il loro intervento apre a una dimensione di spiazzante allegria, (quasi) favolistica, regalando al film momenti di grazia pudica e tenerezza discreta: con il ritratto della famiglia ricomposta, Amitay riesce a restituire un senso di calore, complicità e sincera intimità che risulta, in definitiva, il miglior pregio del film.
Ma insieme ai genitori, irrompono anche i fantasmi della Storia, presenze cupe, erranti e irrisolte, in cerca di una pace che, ancora una volta, non sarà possibile trovare. La notizia dell'assassinio di Rabin, infatti, fa irruzione, brusca e inattesa, nel quotidiano privato e sognante delle tre sorelle, travolgendo i destini della famiglia e del Paese intero. Il tono cambia drasticamente: con una toccante sequenza di sospensione simil-onirica, intrisa di sgomento, frustrazione e penoso smarrimento, la regista sembra dirci che il destino (di sangue) è ormai tracciato, la speranza è ormai persa. O forse no? Forse c'è ancora spazio per la pace?
"Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere", scriveva José Saramago. Deve averlo pensato anche Shirel Amitay, che nell'abbraccio conclusivo delle tre sorelle rifiuta con delicatezza categorica di rinunciare all'utopia. Alla fine, presenza granitica e inafferrabile allo stesso tempo, rimane soltanto la casa. La regista non può far altro che fotografarla, accogliente ed enigmatica, familiare e oscura, nascosta tra le fronde degli ulivi secolari, testimone muto di ciò che è stato e che avrebbe potuto essere. A futura memoria.