1 Marzo 2012
 
 
.::La Versione di Barney::.
 
 

Regia: Richard J. Lewis
Sceneggiatura: Michael Konyves
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Mordechai Richler
Fotografia: Guy Dufaux
Montaggio: Susan Shipton
Musica: Pasquale Catalano
Interpreti: Paul Giamatti (Barney Panofsky), Dustin Hoffman (Izzy)
Produzione: Fandango
Distribuzione: Medusa
Durata: 132’
Origine: Canada / Italia

 

Presentata in Concorso a Venezia 2010 arriva la versione soft della “Versione di Barney”, grande successo letterario internazionale di Mordechai Richler, diventato film dopo una lunga preparazione di sceneggiatura che, evitando lo scontro diretto con il cult letterario, vira sul sentimentale e offre un nuovo Barney Panofsky interpretato da un grandissimo Paul Giamatti.
Raro esempio di trasposizione su grande schermo di un romanzo complesso che non lascia l'amaro in bocca, ma anzi sintetizza, comprime, seleziona. Certo, i fan sfegatati di Mordecai Richler, che padroneggia lingua e impianto narrativo, diranno che il film banalizza, omette, semplifica; ma l'impresa era ardua “a prescindere” e risulta apprezzabile anche per lo scioglimento del mistero che rimane sullo sfondo per tutta la vicenda e che nel romanzo viene suggerito più che esplicitato; non ne tradisce lo spirito né la grazia e nel contempo soddisfa ampiamente gli spettatori che non lo hanno letto, come ad esempio, immaginiamo, i giurati diciottenni che gli hanno assegnato il Leoncino d'Oro Agiscuola a Venezia.
Il Barney Panofsky amato dai lettori era un tipaccio dalla lingua affilatissima, un torrente in piena di scorrettezze, un eversivo, un eccentrico, uno sfacciato, un randagio: quel Barney se n’è andato insieme a Mordecai Richler qualche anno fa, ma l’idea di farlo rivivere sul grande schermo non è mai stata sepolta e per dieci anni è stata inseguita con testardaggine
L’ostacolo più evidente veniva proprio dal testo, dalla logorrea anarchica e disordinata del suo protagonista, dalla difficoltà di tradurre quella foga in un film che non tradisse la potenza della follia; infine è arrivato Michael Konyves e ha riordinato le cose sintetizzandole in un registro che filtra gli abomini di Barney, smorza gli sproloqui e si concentra sulla sua anima canaglia per amore.
La sceneggiatura trova così equilibrio in una versione soft e sfugge al ritmo sincopato e svagato dell’originale per rifugiarsi in una scorrevolezza limpida e inquadrata in ottimi dialoghi, e sostenuta da un cast che punta soprattutto su due cavalli di razza come Paul Giamatti e Dustin Hoffman.
Barney Panofsky è un uomo che si inventa le qualità che non ha, un misto di generosità e opportunismo, arroganza e gentilezza, in costante conflitto con tutti: i franco-canadesi, i bianchi americani, gli ebrei della sua comunità. Cinico, vulcanico, mimetico, Barney irrita se stesso e gli altri in un gioco rischioso e talvolta offensivo. Scorretto, si pente senza convinzione, proclama la verità e segue la menzogna. Compulsivo e inappagato, si pone come una sorta di campione 'maudit' del ventesimo secolo.
Tre mogli, una sola delle quali, l'ultima, veramente amata anche dopo averla perduta; due figli, una professione di successo - produttore di soap e altre nefandezze televisive -, un vago complesso di inferiorità per non aver raggiunto le vette artistiche degli amici di gioventù (pittori e scrittori affermatisi dopo il fertile soggiorno romano negli anni '70), un padre poliziotto e le origini e-braiche: il tutto inscindibile dal vizio dell'alcol e da una macchia, un mistero coincidente con la fine del secondo matrimonio che neanche le accanite indagini di un ispettore di polizia hanno portato a galla: la scomparsa, nelle acque dei lago su cui affaccia il cottage a poche ore da Montréal, del migliore amico, letterato fallito e tossicomane.
"La versione di Barney" è una summa filosofico-esistenziale, il ritratto di un formidabile
cialtrone, di un uomo senza ambizioni che trova una ragione di vita nell'amore per l'affascinante donna conosciuta durante la festa delle proprie (seconde) nozze. I rapporti con l'altro sesso, con i
registi e attori della società di produzione (attenti ai camei), con le mogli di volta in volta nevrotiche, petulanti e ideali; con i suoceri ebrei da manuale, con il padre a sua volta un cliché vivente (un Dustin Hoffman spumeggiante, dopo anni di opacità): tutto contribuisce a rendere vivace e godibile questo caleidoscopio di umori, attitudini, cinismo, devozione.
"La versione di Barney" è una produzione che avvince, genera empatia con i personaggi e stimola l'identificazione da parte del pubblico, un film che riesce a stupire, divertire e immalinconire e si qualifica come un prodotto ben riuscito e perfettamente interpretato.