8 Novembre 2018
 
 
.::Montparnasse Femminile Singolare::.
 
 

Titolo originale: Jeune Femme
Regia, soggetto e sceneggiatura: Léonor Serraille
Fotografia: Emilie Noblet
Montaggio: Clémence Carré
Musica: Julie Roué
Scenografia: Valérie Valéro
Costumi: Huyat Luszpinsky
Interpreti: Laetitia Dosch (Paula Simonian), Grégoire Montasigeon (Joachim Deloche), Nathalie Richard (Madre di Paula), Soulemayemane Seye Ndyaye (Ousmane), Léonie Simaga (Yuki), Erika Sainte (Madre di Lila)
Produzione: Blue Monday Production
Distribuzione: Parthénos Distribuzione
Durata: 97'
Origine: Francia/Belgio 2017

 

 Regista e sceneggiatrice francese esordiente nel lungometraggio, Léonor Serraille (classe 1986 di Lione), con "Montparnasse femminile singolare" (tenetevi forte in originale il titolo è "Jeune femme" e ha ovviamente senso, non si capisce quello attribuito dai 'soliti' distributori italiani), si è aggiudicata la Camera d'Or, nella sezione 'Un certain regard', per la migliore opera prima a Cannes 2017. Paula prende a testate la porta dell'appartamento del suo ex, fino a sanguinare, Paula respinta perfino da sua madre che non la vuole più vedere, Paula senza un soldo in tasca, Paula che vaga per Parigi, 'una città che non ama le persone' (pensa lei), con una scatola con dentro un gatto, Paula che non sa dove andare: ma vuole andarci. Paula Simonion (la sorprendente Laetitia Dosch) ha vagabondato in giro per il mondo, tornata dal Messico vuole riprendere il suo posto nel mondo, ma il mondo sembra voler fare a meno di lei. Joachim il fotografo di cui è stata compagna e musa per una decina d'anni non si degna nemmeno di aprirle la porta di casa, come abbiamo visto nella prima sequenza, la madre ancora peggio, la sbatte, letteralmente, fuori di casa, un'amica la ospita ma litigano subito e Paula si ritrova ancora una volta a vagare per le strade di una città che non ama e che non la ama. Diventano la sua casa le stazioni della metro, le gallerie commerciali, la camera di un alberghetto squallido, la camera di servizio, altrettanto squallida, quando trova lavoro come baby sitter. Lo dice anche il titolo originale citato sopra che siamo di fronte al ritratto di una giovane qualunque, luci ed ombre, a volte insopportabile faccia da schiaffi, altre degna di plauso e di comprensione. Dice bugie e sa ferire a sangue, ma sa anche essere umana e protettiva, prodigandosi per la bambina affidatale o col collega di colore, nell'alienante galleria di indumenti intimi dove entrambi lavorano. E mentre si trascina da un posto all'altro, il suo sguardo si posa con umana comprensione sui compagni di viaggio, un campionario di varia umanità che si affanna in una Parigi bella e 'distante'. E se nel film, comprensibilmente, manca uno sguardo più ampio sulla Francia d'oggi, Paula trasmette bene l'alienazione e la solitudine della metropoli, sperimentando sulla sua pelle il precariato lavorativo, sentimentale ed esistenziale. Ma quella che potrebbe essere solo il racconto della fine di un amore, diventa una lotta, una sorta di apprendistato in cui anche i 'passi sbagliati' sono una forma di resistenza, la rivendicazione di scegliere una vita propria. Raramente abbiamo la fortuna di incontrare un personaggio femminile cosi poliedrico e complicato, sgradevole o simpaticissimo a seconda di impercettibili dettagli attorno alla sua caotica persona. E' al centro di un film realizzato integralmente da donne (straordinaria la quasi sconosciuta Laetitia Dosch, che fa suo il mutevole personaggio, modulandone rabbia, tenerezza, tristezza e ironia) che non può non ricordare il primo cinema di Nanni Moretti nella seconda metà degli anni '70 italiani, quando il suo alter ego Michele Apicella vagava di situazione in situazione come una tempesta ambulante di malumore e sarcasmo.