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25/1  PREFERISCO IL RUMORE DEL MARE

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SCHEDA
Regia: Mimmo Calopresti. Soggetto: Mimmo Calopresti, Heidrun Schleef, Francesco Bruni. Sceneggiatura: Mimmo calopresti, Francesco Bruni. Fotografia: Luca Bigazzi. Montaggio. Massimo Fiocchi. Musica: Francesco Piersanti. Suono: Remo Ugolinelli. Scenografia: Alessandro Marrazzo. Costumi: Silvia Nebiolo. Interpreti: Silvio Orlando (Luigi), Michele Raso (Rosario), Paolo Cirio (Matteo). Produzione: Donatella Botti ecc. per Biancafilm/Mikado/Rai. Distribuzione:  Mikado. Durata: 90’. Origine: Italia, 1999.
    Di Mimmo Calopresti, autore quarantacinquenne trasferitosi a Torino dall’età di otto da Polistena in Calabria seguendo il padre divenuto da sarto a operaio meccanico della Fiat, il nostro cineforum ha proiettato tutto! Sia il freddo e rigoroso “La seconda volta” che il più ‘rasserenante’, se così si può dire, “La parola amore esiste”. Col suo terzo lungometraggio “Preferisco il rumore del mare”, titolo tratto da una citazione dei “Canti Orfici” di Dino Campana, il regista conferma la sua grande bravura nel raccontare i problemi italiani attraverso i personaggi: dando ai fatti la complessità delle psicologie, dando alle persone la concretezza degli avvenimenti. L’opera costituisce anche per Calopresti un ritorno a Torino, città del lavoro, in uno stile pudico, austero, elegante, esaltato dalla bella fotografia di Luca Bigazzi. A Torino ha fatto fortuna Silvio Orlando, meridionale immigrato, dirigente d’azienda, sposato con la figlia del titolare, poi separato dalla moglie ma non dal suocero. Mentre è in vacanza al sud Orlando incontra un ragazzo nei guai (Rosario), vuole aiutarlo, vuole anche che il proprio figlio (Matteo) della stessa età abbia contatto con un adolescente diverso da lui. Lo fa andare al nord, a Torino, in una comunità guidata dal sacerdote Mimmo Calopresti ricalcato sulla figura di don Ciotti (ma visto che si chiama Lorenzo anche Don Milani!). I due ragazzi si frequentano, tra loro nasce un’amicizia restìa che non li cambia: il torinese ricco resta capriccioso, trasgressivo, inquieto, solo; il meridionale povero rimane superbo, laconico, doverista, diffidente. Il soggetto del regista-attore di Polistena mira alto, a toccare corde che parlano a tutti e di tutti, perché attraverso un’amicizia fra due ragazzi molto diversi fa confluire in un’unica storia due problemi brucianti: il rapporto fra nord e sud, e lo scontro tra la generazione dei padri e quella dei figli. Del resto Matteo incarna un disarmante bisogno d’amore assai diffuso fra i suoi coetanei; un bisogno che si esprime coi furti e le bugie, ma anche e soprattutto coi silenzi, con l’impaccio sfiduciato e le risposte sommesse. Rosario, dal canto suo, fa tornare alla mente il Ciro di “Rocco e i suoi fratelli”, ossia la speranza di ritrovare il paese di nascita, un giorno, e di cambiarlo. Di quella speranza egli porta, infatti, alcuni caratteri residui: è un giovane diverso, inattuale, virtuoso, perché custode di un bisogno di crescita personale e storica dove l’orgoglio bilancia la fatica, la cultura può dare dignità e riscatto. Senza ottimismi sociali né sociologici, il film dice: a ciascuno il suo luogo e il suo destino; comprendersi l'un l'altro è molto difficile, si può non arrivarci. La discussione può creare confusione  anziché far superare i conflitti; essere tutti uguali non è necessariamente il progresso, si è e si può restare differenti. Nessuna semplificazione consolatoria, dunque, nessuno schematismo. Una ricchezza narrativa, quella di Calopresti, invece, che nutre ogni episodio e ogni dettaglio, mai insignificanti, sempre eloquenti e necessari. Gli interpreti sono tutti ben diretti ed efficaci a partire da Silvio Orlando che è ammirevole nel restituirci un personaggio umanamente e socialmente ricco di sfaccettature ed umoralità.

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