9 Marzo 2017
 
 
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Poster del film Il racconto dei racconti

Titolo originale: id
Regia: Lenny Abrahamson
Soggetto: Dal romanzo "Stanza, Letto, Armadio, Specchio" di Emma Denoghue
Sceneggiatura: Emma Denoghue
Fotografia: Danny Cohen
Montaggio: Nathan Nugent
Musica: Stephen Rennicks
Scenografia: Ethan Tobman
Costumi: Lea Carlson
Interpreti: Brie Larson (Ma' Joy Newsome), Jacob Tremblay (Jack Newsome), Sean Bridgers (Old Nick), Joan Allen (Nancy Newsome), William H.Macy (Robert Newsome)
Produzione: David Gross, Ed Guiney per A24/Element Picture ecc
Distribuzione: Universal
Durata: 118'
Origine: Irlanda/Canada, 2015.

 

 Si possono tradurre cinematograficamente gli occhi di un bambino? Non è un'impresa semplice. Ci vogliono freschezza di sguardo e malleabilità di tocco; quelli che ha avuto Leonard Abrahamson nel trasporre il romanzo di Emma Donoghue ("Stanza, letto, armadio, specchio" ed. Mondadori) di cui la scrittrice irlandese stessa è sceneggiatrice. La pellicola, "Room", che è valsa il premio Oscar 2016 per la miglior attrice protagonista femminile a Brie Larson, s'ispira a un caso reale di pochi anni fa. Nel 2008 si scoprì che l'austriaco Joseph Fritzl, ora in carcere a vita, tenne prigioniera in un bunker abusivo sua figlia per ventiquattro anni, nell'arco dei quali la costrinse a concepire sette figli incestuosi. Dicevamo il regista si è accollato un compito non da poco, molto facile cadere nella retorica accusatoria, molto facile farne un film dell'orrore. Complici la bravura genuina della neo premio Oscar Brie Larson e dello sguardo incredibilmente eloquente e genuino del piccolo Jacob Tremblay, Abrahamson è riuscito a tenere in equilibrio l'opera, riuscendo a fare di "Room" un film indefinibile dal punto di vista del genere, ma perfettamente centrato dal punto di vista artistico, umorale, psicologico. La trama, allora, è semplice semplice, una giovane donna vive richiusa con il suo bambino di 5 anni ricevendo le visite dell'uomo che l'ha rapita. La ragazza ha allevato il figlio, ignaro del mondo esterno, compiendo ogni sforzo perché il piccolo si senta protetto e amato (come Benigni con il piccolo Giosuè ne "La vita è bella"). "Room" (nell'originale irlandese "Raum") è, infatti, il nome che Ma', la ragazza, ha dato al luogo minuscolo e claustrofobico dove vive con il piccolo Jack, i cui lunghi capelli nascondono il sesso e rischiano di farlo scambiare per una bimba. 'Confusione' voluta e cercata, perché proprio sul ribaltamento delle aspettative dello spettatore, Abrahamson ha costruito tutto il film. All'inizio non si capisce bene perché i due vivano in così pochi metri quadrati, perché ci sia una sola piccola finestra sul soffitto o come mai per gli esercizi quotidiani di ginnastica debbano accontentarsi di quel poco spazio. O il senso di certi discorsi sul cielo e sul mondo esterno. La soluzione arriva quando una porta si apre per la prima volta ed entra in scena un terzo personaggio, Old Nick (Sean Bridgers), dall'evidente fare autoritario, che praticamente obbliga Jack a nascondersi nell'armadio trattandolo con sospetto potere. E' la prima sconvolgente rivelazione della vicenda che noi conosciamo già grazie al suddetto riferimento alla cronaca. A questo punto il film inizia a scavare maggiormente nel perverso legame che si è instaurato fra i tre. Di paura per il bambino, di sottomissione ma anche di contorto 'affetto' per lei (ricordiamo tutti la famosa 'sindrome di Stoccolma'), di potere a volte paternalista a volte dittatoriale per lui. Al di là dell'intreccio, comunque, e della citata bravura degli interpreti, sono le scelte di regia il pregio del film. Per il piccolo Jack, ad esempio, quell'inferno di pochi metri quadri è a suo modo un piccolo Eden in cui vive in simbiosi con la madre, anche se per la solitudine considera come esseri viventi tutti gli oggetti di casa. Oppure la parabola dei due protagonisti può essere letta come una metafora della fine dell'infanzia, dei danni che può lasciarsi dietro e dei compromessi a cui costringe, che spesso durano un'intera esistenza.