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16/11     UNA STORIA VERA

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SCHEDA

Titolo originale: The Straight Story. Regia: David Lynch. Sceneggiatura: John Roach e Mary Sweeney. Musica. Angelo Badalamenti. Scenografia: Jack Fisk. Costumi: Patricia Norris. Interpreti: Richard Farnsworth (Alvin straight), Sissi Spacek (Rose Straight), Harry Dean Stanton (Lyle Straight). Produzione: Mary Sweeney ecc. per picture factory. Distribuzione: BIM. Durata: 111’. Origine: USA/FRA/GB, 1999.

    Dopo aver visto un film come “Una storia vera” senza conoscere il nome del regista, uno sarebbe portato a pensare a un Terence Malick, per la cura documentaristica delle immagini o a un Robert Benton per il tono poetico e ‘buonista’ che complessivamente emerge dalla pellicola. Mai più penserebbe che a raccontare “Una storia vera” (in tutti i sensi) possa esser stato Mister Inquietudine in persona, il mago dell’assurdo David Lynch: lo stesso autore visionario che ci ha fatto percorre le “Strade perdute” (Nel nostro cartellone nella stagione 98/99) dell’incubo e che da sempre pensa che la domestica consuetudine della casa sia il luogo privilegiato del mistero e dell’orrore. E invece è proprio lui che, grazie alla sceneggiatura di John Roach e Mary Sweeney (compagna del regista) ci regala questa “Straight Story”, come storia semplice o vera ma anche come Alvin Straight, il protagonista, personaggio reale, un vecchio agricoltore in pensione che nel 1994, a bordo di un tosaerba, l’unico mezzo che gli era consentito guidare, fece un viaggio di quasi 600 chilometri tra Iowa e Wisconsin, lasciando a casa una figlia sofferente e amorosa, per andare a trovare il fratello malato con cui non parlava da 10 anni! Era da tanto tempo che l’America profonda, l’America rurale dei campi di grano che si stendono a perdita d’occhio, l’America dei paesini immobili nel tempo tanto da sembrare città fantasma, non veniva messa in scena in maniera così intensa e pregevole. Ecco che il vuoto viene colmato da un autore fino ad oggi lontano anni luce da un qualunque diretto interesse per il cuore degli Stati Uniti, da un autore che ce ne ha proposto negli anni una serie di ossessioni, certo, ma sempre su di un registro fantasioso e spesso fantastico, sempre attraverso strani e affascinanti giri viziosi insinuantisi fra le pieghe di un inconscio non dichiarato, un mondo dove disturbanti e cruenti segnali indicavano sintomi di una malattia dell’anima prima che del corpo. Certo viene ribaltato il classico stereotipo del viaggio “on the road” (era il minimo che ci si potesse aspettare da uno come lui!) con il semplice espediente di rallentarlo, di sostituire alla velocità della corsa e ai frenetici ritmi cinematografici del vecchio Lynch la lenta descrizione e la lenta conquista dello spazio, di diradare, e rendere così più intensi, gli incidenti di percorso, come quello , di pretta marca lynchiana, della signora disperata perché i cervi hanno una spiccata tendenza a finire sotto le ruote della sua macchina. Ma il ribaltamento è anche un altro, se nel classico film di viaggio alla Wenders o Salvatores l’importante era il viaggiare, non l’arrivare; qui per il protagonista il viaggio serve ad arrivare! La sua meta è la riconciliazione con il fratello, poter guardare di nuovo insieme le stelle! Ma se nel viaggio che Alvin Straight compie  per la sua riconciliazione l’America nera, misteriosa, cattiva di “Velluto Blu” o “Cuore Selvaggio” sembra sparita, non sono pochi i momenti in cui vampate di inquietudine irrompono sullo schermo. Il destino di sua figlia (Sissy Spacek resa famosa da Altman è bravissima) è da brividi. I ricordi di guerra del vecchio grondano senso di colpa e dolore. Ed è terribile che l’odio e il silenzio possano calare fra due fratelli per motivi che neanche loro ricordano più.

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